Tutti contro

Al giorno d’oggi avere un nemico è quello che conta. Il collante in grado di avvicinare i pezzi sparsi qua e là di una società ormai vicina al collasso è il nemico comune. Stiamo passando, nemmeno tanto lentamente, dall’idea di società globalizzata e multietnica ad una più rassicurante e meno creativa, sovranista e impaurita. A pensarci bene il cambio di paradigma innescato dalla caduta del Muro non c’è mai stato veramente, almeno non compiutamente. O forse ha esaurito la sua carica propulsiva. Chissà.

“L’unione europea è un nostro nemico. Sembra incredibile ma è così. UE, Cina, Russia, sono tutti nostri nemici. Con questo non intendo dire che siano cattivi, ma comunque sono nemici.” Si potrebbe partire da queste parole che testimoniano la costante ricerca di Trump del nemico comune, ieri il messicano oggi l’Europa e tutte le aree valutarie ottimali che non siano gli USA, per arrivare agevolmente al nemico comune per eccellenza, il diverso, immigrato o no non fa alcuna differenza.

Persino i nostri ministri si uniscono meglio in presenza del nemico comune. Dall’evergreen sui clandestini ai Tito Boeri, Roberto Saviano o Ingroia della situazione, rei di leggere i numeri per quelli che sono o, peggio, di essere destinatari di un servizio di scorta. Le noti subito le soluzioni contro il nemico comune, sono sempre le stesse. Ti faccio causa, impongo dazi commerciali e alzo un muro, potendo ti licenzio.

Isolare, sempre.

Scendendo più giù, riducendo le distanze a proporzioni di vita quotidiana sembra funzionare l’algoritmo del comun divisore. Senza rendercene contro stiamo trasformando in nemico comune l’ospedale a pochi chilometri dal nostro, senza che nessuno ci spieghi il fine ultimo del riordino in termini di riduzione dei tempi d’attesa, ricerca e innovazione. Nessuno che garantisca sul fatto che in futuro, grazie al riordino, non dovremo elemosinare cure nel resto dello stivale e che anzi ì nostri ospedali saranno in grado di competere con i grandi supermercati della salute.  Senza l’idea del nemico comune spesso non ci sarebbe l’aspettativa condivisa di un sindaco, non nascerebbero maggioranze e, per differenza, non si troverebbe qualcuno da mettere in minoranza, all’opposizione.

In questo immenso paradiso per bulli di quartiere essere contro è quasi terapeutico, ti fa sentire parte di una comunità. I livelli di lealtà e collaborazione sono ridotti al minimo quando nella società ipertecnologica dell’individualismo si sposta il baricentro in direzione tribù. L’effetto, quasi inconsapevole, è quello di capovolgere il senso stesso di villaggio globale, mito che ha anticipato e accompagnato sin dai primi passi la rivoluzione tecnologica in corso.

Mentre ci sentiamo tutti in dovere di essere contro qualcuno, dobbiamo tenere presente che siamo contemporaneamente nemici di qualcun’altro. È una questione di metodo, ci si abitua in fretta se non si fanno troppe domande. Più o meno come successo per buona parte del ‘900, quando ci si divideva per la razza, tra est e ovest, comunisti e anticomunisti, al di qua o al di là del muro. Sempre senza fare troppe domande.

 

 

Leonardo Gatto

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