Dalle Stelle allo stallo

In principio c’era la politica fatta per il bene della collettività. Poi, col passare del tempo abbiamo capito che fare politica può significare tante cose fino a diventare, nel peggiore dei casi, uno sterile gioco alla ricerca del potere fine a se stesso in cui, nel tentativo di uscirne vincitori almeno per la propria parte politica (o per tornaconto personale) si fanno più danni che altro. Per questo un gruppo politico degno di questo nome dovrebbe avere come stella polare l’azione politica e non, come vediamo in questi giorni, la semplice richiesta dello scranno di Presidente del Consiglio per il più furbo degli eletti.

Ma facciamo un passo indietro per comprendere meglio gli avvenimenti delle ultime settimane. Chiariamo subito che nulla centrano le squisite questioni politiche, sicuramente complesse e di difficile risoluzione, che decantate dal tempo porteranno alla formazione di un governo. E’ bene dirselo una volta per tutte, i governi da noi si fanno e sfanno sempre in funzione delle maggioranze parlamentari. La favola che continuamente sentiamo raccontarci in tv dai tirapiedi di Di Maio sul candidato premier eletto dal popolo francamente ha stancato, ok la campagna elettorale ma ad un certo punto bisogna diventare seri e smetterla di prendere in giro i cittadini.

La Costituzione parla chiaro, è bene che chi ha votato No al referendum del 4 dicembre 2016 la legga una buona volta. Anche perché le cazzate raccontate a reti unificate sono tante, e vanno tutte nella direzione di confondere gli elettori sul ruolo che gli eletti in Parlamento hanno nella formazione di un governo. Gli eletti non hanno vincolo di mandato non per cambiare casacca a loro piacimento, ma per consentire alla macchina parlamentare di funzionare anche quando i leader la sparano più grossa del previsto, come accaduto dall’ultima campagna elettorale a seguire.

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Se i leader (o capi politici) non riescono a mettersi d’accordo su una maggioranza che sostenga un Governo, allora i parlamentari devono avere la possibilità (per senso di responsabilità verso il Paese e non verso il proprio leader) di trovare in Parlamento quella maggioranza che i capi politici non sono riusciti a trovare nei loro incontri formali o informali. Anche per questo dire mai al governo con Tizio o Caio, quando Tizio o Caio rappresentano un pezzo di paese, è la negazione della democrazia parlamentare.  Spetta al Presidente della Repubblica nominare il Presidente del Consiglio, che può scegliere una figura di alto profilo anche al di fuori dell’arco parlamentare, mettendo in condizione gli eletti di votare un Governo anche quando i leader non riescono a trovare una sintesi. Senza essere schiavi dei propri leader di partito.

Il giochino per cui Di Maio tenta di scalare la Presidenza del Consiglio come ha fatto col Movimento 5 Stelle non va proprio in questo senso, e quasi certamente non lo porterà ad occuparne la poltrona (a meno che non si accordi con Salvini, che lo terrebbe sotto scacco per tutta la durata della legislatura). Di Maio confonde (volutamente) la dialettica parlamentare dalla quale nascono i governi con la propaganda da campagna elettorale che vuole un capro espiatorio, un nemico giurato, al quale addossare le colpe dei mali del Paese. Un anticristo insomma, che lo faccia sembrare l’esorcista giusto al posto giusto. Un gioco vecchio come il mondo, quello del Deputato Di Maio, che fa a pugni con la dinamica istituzionale che in questi giorni riempie TG e prima pagine di quotidiani nazionali e non solo. Chi farà il Presidente del Consiglio non è affar suo, ma di Mattarella e dei gruppi parlamentari.

Da qui l’incarico a termine al Presidente del Senato Casellati di sondare il terreno su un possibile governo a destra che sicuramente sarebbe il più rappresentativo del paese, contando qualcosa come il 70% degli eletti al Parlamento o giù di li. Ora che il tentativo sembra fallito perché Berlusconi puzza (ma i suoi voti no) quasi certamente toccherà a Fico fare un giro sulla giostra istituzionale e sondare l’alternativa di un governo M5S-PD, meno rappresentativo e che non vedrebbe comunque Di Maio Presidente del Consiglio. Nel caso si verifichi questa seconda eventualità va registrato l’intero centrodestra all’opposizione, che con buona probabilità farebbe il pieno alle prossime elezioni con una sempre più forte componente leghista. A meno che Berlusconi non si sganci dalla Lega, cosa che nelle ultime ore sembra più che probabile.

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Chiaramente si ragiona sulle ipotesi tenendo come punto fermo la fedeltà dei gruppi parlamentari al Capo di turno. Ma se per caso questa fedeltà dovesse venire meno per mal di pancia impossibili da prevedere oggi, non è difficile immaginare uno scenario di tipo Prima Repubblica spinta, con spaccatura non solo nel centro sinistra (la tregua di Renzi non durerà in eterno) e nel centrodestra (Salvini Meloni e Berlusconi hanno nell’accordo col Movimento il loro punto di rottura), ma addirittura nel Movimento 5 Stelle.

E’ stato lo stesso Di Maio ieri ad aver prefigurato una spaccatura del Movimento se ci si piegasse troppo alle esigenze del centrodestra, ammettendo di fatto una trattativa nascosta anche con Berlusconi, salvo dichiarare il contrario a favor di telecamera e sui social. Quello che incuriosisce comunque è la reazione del gruppo parlamentare pentastellato ad un eventuale incarico al Presidente della Camera Fico, che avrebbe molte possibilità di riuscita a sinistra. Non è un mistero infatti che il Movimento nato per non essere ne di destra ne di sinistra abbia al suo interno due anime, una di destra e una di sinistra. Anime che si sono pesate nell’ultima campagne elettorale con un 60/40 rispettivamente per Di Maio e Fico. Forse a qualcuno in queste ore staranno fischiando le orecchie pensando alle parole di Grillo in attesa dello tzunami nel 2013, quando predicava lo scioglimento del Movimento una volta arrivato nella stanza dei bottoni.  Peccato che molti di quelli che oggi si professano grillini allora votavano Berlusconi.

 

Leonardo Gatto

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