Il meraviglioso mondo del PD

Poche volte come in questi giorni il dibattito interno al Partito Democratico riguarda da vicino l’intero Paese. Sarà per il fatto che dall’esito della discussione potrebbero arrivare novità sulla formazione di un improbabile governo PD/5Stelle o più semplicemente perché, da parte sua, il PD non ne vuole sapere di sparire definitivamente dalla scena politica. Il fatto nuovo, dopo la sonante sconfitta alle urne, è che in molti sembrano intenzionati ad entrare nella grande famiglia democratica. Primo della lista dell’ex ministro Calenda che proprio ieri l’altro si è fatto immortalare in uscita dal Nazareno con la tessera nuova di pacca, dichiarando un attimo dopo di essere pronto a lasciare qualora si concretizzasse l’accordo con i 5 Stelle.

A parte gli scenari post voto i motivi di tanto interesse sono, come spesso accade, agli antipodi dell’idea che i media (social in primis) nell’ultimo periodo hanno contribuito a diffondere in merito al partito fondato da Prodi e Veltroni. Perché in fondo del PD tutto si può dire e pensare, tranne che non sia un partito democratico. Anzi, forse è l’ultimo partito democratico rimasto in Italia.

Proprio la cronaca politica di questi giorni evidenzia lo spessore e l’affidabilità della struttura interna del partito fatta di congressi, direzioni e segreterie in grado di garantire a maggioranza e minoranza un dibattito schietto e trasparente, che da solo basta a determinare la linea politica da seguire. Il processo è talmente trasparente che gli stessi protagonisti se le cantano di santa ragione a suon di tweet e post su facebook ancora prima di entrare in direzione. Anche se, lo sappiamo bene, le sbavature sull’azione politica non mancano, ma visto quello che offre la piazza è già qualcosa.

Qualcosa che sicuramente va in controtendenza rispetto alle altre organizzazioni, quasi tutte legate a doppio filo alla figura di leader scelti più per acclamazione (quando non calati dall’alto) che attraverso processi democratici. Di Maio, Salvini e Berlusconi sono lì a ricordarcelo. Ma c’è anche qualcosa di rassicurante, se vogliamo, per un Paese a vocazione proporzionale (non solo dal punto di vista delle leggi elettorali) come l’Italia in cui per formare una maggioranza in parlamento c’è bisogno di mettere insieme pezzi diversi di rappresentanza, dunque di Paese. Il che vuol dire passare obbligatoriamente da Berlusconi, Salvini, Di Maio o, appunto, dal PD. Con buona pace di chi sogna una legge elettorale che dia il 50% più uno dei seggi a chi prende il 30% dei voti. Sinceramente, anche no.

Piccola parentesi, per quanto riguarda la legge elettorale vi consigliamo di leggere (se non l’avete già fatto) l’analisi pubblicata da Youtrend (clicca qui) che dimostra chiaramente come lo stallo in parlamento non sia imputabile al Rosatellum ma al sistema tripolare nel quale ci troviamo. Lo spostamento di voti verso 5Stelle e Lega non è solo figlio di una campagna pervasiva e populista quanto all’opposizione in parlamento soprattutto al governo Renzi, il più sordo di tutti verso le istanze del meridione. L’esito del voto non lascia margine di manovra, il Sud ha dato un segnale forte, così avanti non si può andare. Servono infrastrutture, una sanità che funzioni ad alti livelli, mobilità locale di qualità, collegamenti efficienti col resto del paese e si potrebbe continuare a lungo. Questo Sud non vuole più sentirsi periferia di nessun centro. Vuole modernità e rispetto. Anche a costo di fare un salto nel buio.

Tornando a noi, chiaramente non stiamo dicendo che un partito organizzato bene produca politiche di qualità o meglio all’altezza delle aspettative. La qualità delle politiche dipende da come quel partito regola la funzione di governo. Resta il fatto che il novecentesco apparato Partito, nonostante la crisi che la rappresentanza sta affrontando da un po’ di tempo a questa parte, ha ancora tanto da dire. La transizione a strutture liquide che abbiamo sperimentato in questi anni ci ha consegnato delle vere e proprie macchine da guerra elettorale che in realtà sono poco democratiche dal punto di vista del dibattito interno e per nulla tolleranti nei confronti del dissenso. Sinceramente, anche no.

pd

Comunque la si pensi la corsa al tesseramento ormai è un dato di fatto. Come dicevamo Calenda ha aperto le danze al Nazareno, e una cosa molto simile sta succedendo anche nei pressi della storica sede di Copertino. I soliti ben informati parlano di “grandi manovre” in atto per “dare vita ad una vera pluralità” all’interno del PD copertinese.

Dall’assessore regionale Sebastiano Leo ad alcuni esponenti di primo piano dell’attuale maggioranza copertinese le nuove tessere da stampare sembrano davvero tante. La lista potrebbe allungarsi ulteriormente da qui alla fine del mese anche grazie ai grandi delusi di LeU che pensano ad un ritorno al passato se Renzi, come dichiarato in queste ultime ore, confermasse le dimissioni e non si ricandidasse alle primarie. A non essere interessata alla grandi manovre sembra invece il Sindaco Sandrina Schito.

L’O.P.A. sulla segreteria Nestola comunque sembra già a buon punto e la prima cosa che viene da pensare è: siamo alle solite!, se non altro perché il Partito Democratico ha tra i suoi problemi principali quello di non saper parlare alle nuove generazioni (solo a Copertino ha perso quasi 1.000 voti dal 2013 a oggi) e non può permettersi ulteriori passi falsi.

Tanto per capirci sarebbe già qualcosa mettere in pratica gli appelli all’unità pre 4 marzo, e magari avviare un nuovo tesseramento slegato dalla logica dei riposizionamenti in funzione delle amministrative del prossimo anno. I giochi sono appena iniziati e fare previsioni è davvero molto complicato, ma il buongiorno si vede dal mattino.

Non sappiamo se e quando la nuova fase costituente sarà in grado di rimettere in carreggiata, magari svecchiandolo. il pesante apparato. Sicuramente possiamo dire che potrebbe essere l’ultima occasione di abbandonare i personalismi e avviare il serio e trasparente dibattito interno di cui sopra, magari evitando di soffocare e svilire (come successo in passato) quegli elementi di modernità e novità in grado di rompere definitivamente gli schemi, rilanciando l’azione sul territorio. O qualcosa di simile, almeno.

L’augurio è che presto o tardi anche nella sede di via Cosimo Mariano si torni a respirare l’aria del sano dibattito interno, archiviando una volta per tutte le lotte intestine dell’ultimo anno e senza avere nelle orecchie “andiamo a comandare” di Rovazzi,. Come spesso accade, dopo una sonante sconfitta viene il tempo dei bilanci e delle strategie per la rinascita. Vedremo se e quanto democratico e trasparente sarà il nuovo corso del Partito Democratico di Copertino.

Leonardo Gatto

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