Per un pugno di voti

Doveva essere la campagna elettorale dei grandi temi. Lavoro, Crescita, Europa, Mezzogiorno, Banche. La campagna elettorale dei territori, così ce l’aspettavamo dal momento in cui sono stati disegnati i collegi. La stesura delle liste poi ha lasciato presagire duri scontri tra big, infuocati faccia a faccia per convincere gli indecisi ad abbandonare il partito del non voto. Invece niente, qualcosa è andato storto. Niente di quello per cui valga davvero la pena andare a votare è stato messo sul piatto della retorica politica. Tanto che l’unico dato certo a due settimane dal 4 marzo è la percentuale altissima di astenuti.

Non servono sondaggi per capire che mai come in questa campagna elettorale a farla da padrone è la verve polemica. Quella pazza voglia di screditare l’avversario politico quando lo si dovrebbe affrontare a viso aperto, snocciolando dati e ricette condite da un minimo di credibilità. Siamo invece costretti a rincorrere il furbetto del giorno, perdendoci nei dettagli della peggior politica degli ultimi anni. Non fatichiamo a riconoscere il dibattito De Mita-Renzi in occasione del referendum costituzionale del dicembre 2016 come ultimo duello tv degno di nota.

La politica italiana muore lentamente per mancanza di veri leader. Anche perché, è bene ricordarlo, gli argomenti ci sarebbero eccome, quello che manca semmai è l’intuizione di chi dovrebbe riconoscerne il valore e la capacità di porli al centro del dibattito pubblico. Non c’è traccia di riflessioni di ampio respiro sui temi di cui sopra, da sempre precondizione per l’affermarsi di quell’alto profilo del quale sentiamo tanto la mancanza. Sembra che l’arte politica non abbia retto l’urto con i nuovi media, finendone definitivamente snaturata. Forse anche per questo i figuranti che si atteggiano a leader preferiscono il precotto da servire freddo ad una platea di tifosi, piuttosto che cimentarsi in ricette per le quali bisogna avere un minimo di conoscenza degli ingredienti e del quanto basta in grado di conquistare i palati più esigenti. Così finiscono per sbagliare tutto.

Non convince il grande vecchio Berlusconi che ripropone un palinsesto trito e ritrito stile i Bellissimi di Rete 4, rendendosi quasi ridicolo. Una programmazione sicuramente adatta ad un pubblico adulto affezionato ai grandi classici, ma per nulla interessante se hai vent’anni e il vecchio west non ti ha mai appassionato più di tanto. Non se la passa bene nemmeno Renzi che monopolizza il PD e allontana chiunque potrebbe contendergli la leadership. Lui che da quel referendum costituzionale in poi ha avuto tutto il tempo di riorganizzare la squadra si è fatto sfuggire l’occasione di tentare il colpaccio con lo schema credibile e competente a guida Gentiloni, primo nei sondaggi per gradimento. Ha preferito dimostrarci quanto sia difficile ammettere di aver commesso degli errori, al giorno d’oggi.

Ma soprattutto stanno deludendo i 5 stelle. Anche se i sondaggi li danno favoriti, quelli che potevano e dovevano cambiare il sistema con l’aiuto della rete sono finiti per cascarci dentro, la rete. È imbarazzante il modo in cui stanno sperperando un capitale elettorale di tutto rispetto. L’occasione più unica che rara di rivoluzionare la politica (e quindi la società) sacrificata sull’altare del potere a tutti i costi.

Eppure erano partiti bene nel 2013, con la rete degli attivisti chiamata a votare nomi del calibro di Rodotà, Prodi, Bonino, Zagrebelsky e Gabanelli. Come si sia arrivati a mettere la più grande intuizione politica dell’era digitale in mano a Di Maio e Casalino resta la grande domanda alla quale un giorno qualcuno, magari Grillo, dovrà rispondere. E’ proprio da questa grande contraddizione che bisogna partire se si vuole capire la faccenda dei bonifici e delle spese pazze, fino ad arrivare all’epurazione di un’ampia fetta di attivisti della prima ora sostituiti, con la più improvvisata operazione di maquillage politico della storia, da una folta schiera di furbetti, massoni e riciclati di altri partiti. E non vale come scusante il pastrocchio delle liste dei partiti concorrenti.

Si è preferito boicottare il lento e paziente lavoro di aggiustamento della linea politica, smussando a poco a poco gli angoli di populismo più acuti, con il più veloce (ma davvero efficace?) metodo di arrampicata politica: svolta a destra e strumentalizzare le parole d’ordine. Se avesse prevalso la linea della ragione oggi il Movimento starebbe parlando del diamante Parma dell’ex Pizzarotti, fresca di nomina a Capitale Europea della Cultura. Sempre meglio che dover difendere l’inguardabile Raggi dalla propria mediocrità.

Se è vero com’è vero che nulla succede per caso, possiamo dire che sono stati i passi falsi del M5S a determinarne il fallimento. Finita l’era della politica dal basso e archiviato per sempre l’ideale cambiamento di paradigma (sbandierato ma mai veramente attuato), resta l’amaro in bocca per l’occasione mancata. Ci vorrà tempo, troppo tempo, per rimettere insieme i cocci della credibilità andata in frantumi ad un passo dal finto traguardo della conquista di un posto in paradiso. Magari e posteriori si tenterà di ripartire dalle parole dell’ormai ex Buccarella, osannato fino a ieri dagli stessi che oggi si stracciano le vesti in nome della verginità perduta.

Basta ipocrisia, basta menzogne.

Gli italiani in fondo sono un popolo che non ha fretta e sa come ammazzare il tempo. C’è sempre un film di Clint Eastwood in seconda serata. Su Rete 4.

 

 

Leonardo Gatto

 

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