Il nord degli altri

Chissà quanti ieri, appresa la notizia dello scontro tra i due convogli a pochi chilometri da Copertino, si sono messi nei panni del macchinista o dei passeggeri di uno dei due veicoli. Certo, pensare di restare imprigionati dopo un frontale in un vagone reso incandescente dalle temperature ormai estive non è un esercizio facile, soprattutto per un salentino.

Si perché un salentino non prende il treno praticamente mai, figurarsi poi per le brevi tratte. Come potrebbe d’altronde, già a vederli passare quei rottami su rotaia imprigionati tra le sbarre del passaggio a livello fanno un certo effetto. L’emblema del tempo che non passa mai passa ogni giorno a ricordarci che niente cambia davvero nella provincia più a Est della penisola. Il senso di insicurezza che trasmettono quei vagoni arriva prima della rassegnazione di vivere in una terra in cui i servizi semplicemente non esistono. E quando esistono sono pensati e cuciti su misura per i turisti. In bus, da maggio a settembre.

Per questo molto probabilmente l’incidente di ieri non provocherà l’onda di indignazione montante degna di questo nome. Il motivo è semplice e non è poi tanto diverso dalla mancata indignazione nei confronti di un altro episodio per molti aspetti simile, guada caso sempre a Sud. Il paziente del San Paolo di Napoli che due giorni fa è stato circondato dalle formiche invece che dagli specialisti. Per noi, a sud, questa è la quotidianità. E’ sempre stato così e sempre così sarà. Siamo immuni ad ogni sogno di normalità perché la normalità, per noi, è precaria. L’inefficienza a Sud è come la fortuna, cieca. Può colpire chiunque, in qualsiasi momento.

Da Roma in su la storia cambia, i treni sono di ultima generazione e i letti d’ospedale lindi. Non ci sono formiche ad assalirci ma schiere di medici preparatissimi che non solo ci curano ma fanno addirittura ricerca, altra grande assente della realtà nostrana. Lo sappiamo perché magari al Nord ci abbiamo studiato o ci abbiamo mandato a studiare nostro figlio, perché per qualche periodo ci abbiamo lavorato o, nel peggiore dei casi, siamo dovuti ricorrere alle cure di qualche professionista che, grazie proprio alla ricerca, riusciva a dare diagnosi più approfondite e cure adeguate a noi e i nostri cari.

In ogni caso abbiamo toccato con mano l’altra parte dello stivale, quella che alza la media sopra i livelli di guardia. Solo così gli indici generali vanno bene, e sulla carta l’Italia tutta sembra un paese equilibrato, dove i conti sembrano tornare.

Ieri sul Corriere Massimo Gramellini rifletteva, a proposito delle formiche, di come questa nazione si stia abituando al brutto nonostante la media. Ammortizzandola magari col solito gioco, scaricare la colpa sulla funzione pubblica di volta in volta oggetto della disgrazia, o del disservizio. Che scritto da un torinese può sembrare una burla. Ma forse burla non è dato che più passa il tempo e più il Nord assomiglia al Sud, e non viceversa. Magra consolazione per chi come noi la differenza tra i due sistemi la vive sulla propria pelle, ogni giorno.
Anche perché come glielo spieghi ad un ventenne nato a Torino cos’è una littorina?

Noi, a Sud, al brutto ci siamo abituati. Ci siamo nati. Non ci stupisce un frontale tra due treni proprio perché sappiamo che quasi certamente stiamo parlando di due littorine che viaggiano si a velocità ridotta, ma senza il minimo dei sistemi di sicurezza. Così come siamo consapevoli del fatto che la precarietà nella quale naviga la sanità locale è causa delle inefficienze del sistema Sud. Non ce la prendiamo col primario o col macchinista perché in cuor nostro siamo consci che con i mezzi a disposizione, spesso, fanno più del massimo possibile. L’errore umano vale quando tutto funziona al meglio, non quando l’umano è abbandonato a se stesso.

Eppure sappiamo bene che esiste un’Italia che funziona, solo che ci è capitata quella che continua a sopravvivere alle proprie contraddizioni.
A Nord di questo Sud continuano a dipingerci sognatori, forse perché immaginiamo un futuro in cui si potrà prendere il treno da periferie come Copertino per andare a Lecce, Tricase o Casarano in massima sicurezza, spendendo due euro e impiegandoci venti minuti. Proprio come se fossimo nati in provincia di Verona, Piacenza o Torino. O perché sogniamo di entrare in ospedale e trovarci medici giovani e preparati, messi nelle condizioni di operare e fare ricerca, assisiti da luminari che non si comportano da dinosauri intenti a difendere il loro status quo ma da saggi che trasudano esperienza. E la trasmettono.

Chissà, magari un giorno questo Sud sarà davvero il Nord di qualcun altro. Non solo di quelli che ieri erano sui binari, dopo lo scontro, tra Galugnano e San Donato.

 

scritto da Leonardo

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